Nuovo anno, nuovi progetti

dicembre 25, 2011 Lascia un commento

AleMar Web ha in serbo per il nuovo anno molte idee innovative da proporre ai propri clienti. Seguendoci sui vari social network o direttamente tramite il nostro sito internet troverete moltissime offerte e proposte interessanti.

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Il Web 2.0

ottobre 13, 2011 Lascia un commento

Con il termine “web 2.0” s’intende “l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione tra il sito e l’utente (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Gmail, WordPress, Trip advisor ecc.)”.

(FONTE: http://it.wikipedia.org/wiki/Web_2.0)

Lo sviluppo del web 2.0 è coerente con tutto il precedente sviluppo di internet e con la caratteristica di rete “aperta” che internet rappresenta.

I primi internauti, nella prima metà degli anni novanta del secolo scorso, costituivano reti di interscambio attraverso le BBS per via delle quali poter scambiare materiali, libri elettronici, riviste e informazione di ogni genere. Per far funzionare quei meccanismi di rete agli albori erano necessarie competenze specifiche di un livello abbastanza alto per cui quei canali risultavano accessibili solo ad una ristretta cerchia di “esperti” che, possedevano le competenze necessarie per effettuare le varie connessioni e conoscevano i linguaggi per trasferire e scambiare file.

Ma fin da subito fu chiaro che, al contrario degli altri media, l’uso di internet prevedeva una funzione attiva dell’utente il quale cessava di essere spettatore (come nel teatro, nella radio, nella televisione e perfino con i giornali) per diventare in qualche modo protagonista.

E’ ovvio che nessuno può mai essere “spettatore assoluto”. L’uso delle informazioni, da qualunque media provengano, richiede come minimo la decisione di voler essere informato. Per essere spettatori di un programma televisivo dovete quantomeno volerlo vedere, il che comporta l’accensione della TV e la quantità di zapping necessaria per reperire il canale che trasmette il programma desiderato. E’ del tutto evidente, dunque, che un minimo di interattività è previsto anche nell’uso degli altri media. Ma, nel caso dei media tradizionali, l’interattività si limita a poche cose: accensione e spegnimento, regolazione delle caratteristiche di visione (nel caso della tv: volume, colore, contrasto etc.) e zapping.

Viceversa, il livello di interazione necessario per far funzionare la rete è assai più elevato e va dai percorsi metatestuali (ipertesti) all’uso delle strutture multimediali. Tuttavia, è solo con l’avvento del web 2.0 che gli utenti possono intervenire sul piano del contenuto e modificare, aggiornare, eliminare percorsi metatestuali e strutture multimediali. Ognuno può postare un proprio video su youtube, a condizione che attivi un account gratuito.

Tutto questo è ottimo, ma i problemi più o meno “filosofici” sollevati dal web 2.0 sono giganteschi e vanno dai rischi di cui le vulgate più comuni (pedofilia, bullismo, diffamazione etc.) a quelli più sottili legati al controllo del flusso di informazioni e ad una sorta di “analfabetismo” o “analfabetismo di ritorno” (fenomeno comune anche ad altre tecnologie).

Cominciamo dai primi.

I post indiscriminati degli utenti, ormai liberi di fruire della rete come creatori e produttori e non solo visitatori e spettatori, ha sollevato alcune questioni legali che hanno indotto i legislatori a porre limiti legali e giuridici all’uso della rete. Ad esempio, non tutte le immagini possono essere postate. Devono essere escluse le immagini dei minori, a meno che non si sia legali tutori o si possieda una liberatoria dei tutori che consentono la pubblicazione. Fra gli account facebook, ad esempio (ed è facile da controllare), ve ne sono molti di minorenni che inseriscono nel profilo la propria foto. A rigor di legge, la legittimità di questi profili è almeno dubbia: chi ci assicura, infatti, che i loro genitori ne siano consapevoli e, dunque, consenzienti? (Certo, qui si fa riferimento a un meccanismo di controllo e di educazione dei genitori rispetto ai figli che la giurisprudenza dà per scontato ma che scontato non è affatto dato il gap tecnologico che la differenza generazionale comporta.) La cosa migliore non è impedire l’utilizzo della rete ma educare ad un uso corretto. Solo che, in questo caso, gli educatori dovrebbero possedere almeno quel minimo di conoscenze necessarie affinché l’educazione sia efficace – e nessuno garantisce che i genitori, per il solo fatto di essere genitori, possiedano queste conoscenze. Questa funzione educativa dovrebbe essere demandata ad altre istanze.

L’esempio delle foto sui profili facebook di minorenni è solo un esempio, ma la stessa problematica – in forma anche più grave, se vogliamo – si presenta in altre infinite circostanze: i post sui blog o le conversazioni in chat (dalle quali sono scaturiti, ad esempio, gli episodi di bullismo on line etc.).

Non è solo perché si ha la possibilità di postare su un blog che si diventa giornalisti. Per poter usare e fruire delle enormi potenzialità del web 2.0 bisogna saperlo fare; bisogna sapere quello che si può o non si può postare, domandarsi se i nostri post possono o meno offendere la sensibilità di qualcuno, se la colonna sonora che abbiamo scelto per il nostro video su youtube sia o meno coperta di copyright. Sono cose che BISOGNA sapere. Nonostante il web 2.0, senza sapere niente non si può fare niente.

Infine c’è l’altro aspetto, quello dell’alfabetizzazione. Per l’uso del web 2.0 dal punto di vista dell’utenza non è necessario possedere competenze specifiche sui linguaggi di programmazione o sulle strutture di connettività etc. come accadeva ai tempi delle BBS. Tuttavia bisogna sapere almeno che, ad esempio, immagini di grandi dimensioni non possono essere accettate sui server e quindi, quando si tenta di postarle, si ottiene degli insuccessi. Bisogna sapere che digitazione di certi caratteri speciali, che hanno significato sul piano della programmazione della struttura web, non possono essere inseriti. E via di questo passo.

L’idea che queste siano conoscenze comuni ed alla portata di tutti è sbagliata. Una semplice competenza elementare di matematica è sufficiente per sapere che 10 mega sono più di 8. Ma in generale, 10 mega sono tanti o pochi? La posso postare una foto da 10 mega in alta qualità? E, nel caso, come la riduco? E’ possibile farlo?

Certo, non occorre una competenza ingegneristica per rispondere a queste poche domande, e tuttavia una competenza minima occorre. Si pensa di poter postare un’immagine da 10 mega solo perché, in generale e di principio, il web 2.0 consente all’utente di poter inserire immagini in proprio. Purtroppo non è così.

Per far funzionare e per fruire delle potenzialità del web 2.0 non occorrono grandi competenze, ma un minimo di competenze si.

Senza contare il fatto che chi mette on line una struttura web 2.0, e quindi ha sviluppato una programmazione in questo senso, ha di certo previsto un uso proprio e legittimo della propria struttura. L’uso considerato legittimo va conosciuto dall’utente che interagisce, altrimenti quest’ultimo andrà incontro a rischi strutturali (può danneggiare il sito) o giuridici (può compiere atti illeciti).

Last but not least l’analfabetismo di ritorno. Se chiudessero tutte le panetterie, sapreste procuravi il pane?

L’analfabetismo di ritorno è quel fenomeno per il quale soggetti, anche altamente scolarizzati, compiono tuttavia errori grammaticali e sintattici nella scrittura. Questo fenomeno è diffuso un po’ in tutti i media. Assistiamo, ad esempio, al ritorno del dialetto sulle tv nazionali. Intendiamoci, non c’è assolutamente nulla di male, ma ricordiamo che la televisione pubblica ha avuto il merito storico (ormai unanimemente riconosciuto) di aver diffuso nel paese la parlata in lingua. (Lasciamo perdere se sia stato un bene o un male.)

Per la rete, l’analfabetismo di ritorno si configura in questo modo: siccome le strutture del web 2.0 sono pre-programmate (cioè, sono costruiti da altri che le hanno programmate) non è necessario all’utente conoscere nulla sulla programmazione. Questo principio è legittimo ma non se l’utente s’improvvisa a sua volta programmatore. Ma c’è di peggio. Anche se l’utente conosce qualche linguaggio di programmazione o di marcatura, le strutture web 2.0 rendono apparentemente superflua questa conoscenza col risultato finale che l’utente dimenticherà anche quel poco che sapeva prima a causa dello scarso uso. La produzione di siti web con l’ausilio di strutture preprogrammate come, ad esempio, i CMS estremizza quest’effetto di analfabetismo di ritorno.

Come in tutte le cose, anche nel web 2.0 – che è cosa ottima e meravigliosa che deve essere ulteriormente sviluppata e migliorata – occorre una certa dose di conoscenze. Nulla si genera dal nulla e chi non sa nulla non può nemmeno fare finta di usare il web 2.0

Il costo orario nell’economia della conoscenza

luglio 4, 2011 Lascia un commento

testa

Secondo l’economia classica di Smith, Ricardo e Marx il prezzo della merce è dato dalla sommatoria di tre fattori: ammortamento dei mezzi di produzione, costo delle materie prime e costo del lavoro.

Su ognuno di questi tre elementi potremmo intrattenerci per un certo tempo considerando, ad esempio, che il tipo di società si può differenziare in base alla proprietà dei mezzi di produzione ed altre questioni di grande interesse economico e sociologico. Tuttavia, in questa sede non siamo interessati a discutere argomenti di sociologia ed economia generale, ma piuttosto quelli relativi alle professioni legate al web ed alle nuove tecnologie in genere.

Come già più volte sostenuto da più parti, l’economia connessa alle nuove tecnologie si sta vieppiù allargando e diffondendo nei più disparati settori. Ad esempio, fino a qualche tempo fa si riteneva che l’economia legata al web fosse un’economia di tipo speculativo piuttosto slegata dall’economia reale della produzione materiale. Questa (falsa) credenza prese piede dopo la crisi delle borse all’inizio del decennio scorso. In seguito si è visto che le crisi speculative hanno ben altra origine e sviluppo che possono, sì, coinvolgere l’àmbito del software e dei servizi di rete ma questi ultimi non ne sono certo la causa.

Al contrario, si sta verificando sempre più diffusamente che i mezzi elettronici, informatici, le reti etc. trovano sempre maggiori impieghi nel settore della produzione materiale. Ad esempio nelle soluzioni delle problematiche legate all’organizzazione del lavoro. In questo àmbito le strutture informatiche possono alleggerire di molto le strutture burocratico-amministrative, sia pubbliche che private. Ma anche nella produzione viva le strutture elettronico-informatiche si rivelano di grande utilità, ad esempio, nei processi di automazione del lavoro fisico e delle catene di montaggio.

Questo non vuol dire che i PLC (Programmable Logic Controller, un tipo di computer industriale), ad esempio, renderanno inutili gli operai nelle catene di montaggio. Al contrario, questi ultimi dovranno imparare a controllare e programmare gli oggetti elettronici. Il pilotaggio di un tornio, per fare un altro esempio, non è già più una procedura che si svolge con ruote dentate, manopole e manovelle ma, piuttosto, con tastiere e coordinare.

Quello che voglio dire è che l’economia attuale, sia quella della produzione reale dei beni che quella della loro distribuzione, è sempre meno un’economia di “esecuzione” e sempre più di “ragione”. Queste forme di economia hanno sempre più a che fare col “pensare” e “conoscere” e “sapere” piuttosto che col vero e proprio “fare”, “eseguire”. Per questo motivo si parla di “economia della conoscenza”.

Ora, per gli economisti classici il costo del lavoro umano era un costo su base oraria. Il salario dell’operaio era considerato come salario orario. Ed ancora oggi è così, con il piccolo inconveniente che il salario orario nell’economia della conoscenza è, nel migliore dei casi, un anacronismo.

Per restare nell’economia materiale, infatti, quanto tempo occorre per “pensare” un processo produttivo o una innovazione? Eppure, un’innovazione è certamente un prodotto, seppure un prodotto dell’ingegno.

Su base oraria, il costo dell’ingegno è pressoché zero perché nessuno sa come si produce un’idea. Sta di fatto che, d’improvviso, viene un’idea. Perché viene? Perché in quel momento? Perché a te e non a me?

Le risposte a queste domande ci sono ed sono piuttosto complesse – almeno alcune: ma nessuna di esse ha a che fare col tempo. Ad esempio, a me viene un’idea perché ho studiato Eliot: come facciamo a valutare quanto tempo ho impiegato a studiare Eliot affinché mi venisse quell’idea? Ma anche ammesso che questo calcolo fosse possibile un’idea per il riciclaggio dell’acqua avrebbe valore doppio se uno avesse studiato il doppio “Death by water” di Eliot?

Finora, ho cercato di fare esempio (più o meno campati in aria) rispetto all’economia materiale per dimostrare che il ragionamento che propongo non vale solo per l’economia dei nostri settori (web, e-commerce, web service, automazioni web based etc.) ma ha un valore generale.

Perché è evidente, ad esempio, che per i settori tecnologici vale eccome e la sua validità è intuitiva. Facciamo un esempio concreto. Se voglio ottenere l’effetto che un mio cliente abbia un buon successo commerciale on line (in pratica, che riesca a vendere i suoi prodotti al suo prezzo utilizzando il web) devo mettere in campo una serie di strategie, riflessioni e conoscenze per ottenere questo effetto. Dato il settore, è di per sé evidente che qui quello che conta non è il lavoro manuale né il tempo che passo alla tastiera a digitare codici, ma le conoscenze che ho e le riflessioni (efficaci) che riesco a produrre. E’ perciò ovvio che il cliente non mi paga per il tempo che passo alla tastiera, ma per l’idea (commerciale o di servizio) che ho avuto.

D’altro canto, se la tariffa oraria non risulta adeguata per il lavoro prodotto, su quale base dovrò calcolare il prezzo?

Ecco, a questa domanda, per adesso, io non so ancora rispondere e, penso, neanche il resto della società. Quello che però posso dire senza ombra di dubbio è che se pagate un prezzo basso per un servizio web-economy, con molta probabilità avete pagato il prezzo orario dell’operatore alla tastiera. E siate sicuri che questo non è sufficiente per il vostro business!

La verità è che lo sviluppo tecnologico ai nostri tempi è piuttosto veloce e per garantire un servizio di qualità e di elevata professionalità serve molto ozio. L’ozio è il padre dei vizi, e per questo il programmatore è rappresentato nell’immaginario collettivo come grasso, sporco, alcolizzato e fumatore. Ma la verità è che l’ozio consente il surfing, la lettura e, in una parola di valenza professionale, l’AGGIORNAMENTO continuo. Quest’ultimo è un grande valore per le strutture tecnologiche e web-based. Purtroppo è considerato un costo voluttuario. Una ditta di web hosting o marketing guarda l’uovo oggi e perciò non consente “distrazioni” ai propri operatori sui terminali. Al contrario, noi pensiamo di essere competitivi sul mercato facendo sviluppare la gallina per domani.

Possiamo perciò concludere con un motto: lavorar meno per lavorar meglio e guadagnare (almeno) la stessa cifra di chi vi vende l’uovo per oggi facendolo pagare come la gallina di domani.

Collaborazione online

ottobre 25, 2010 2 commenti

Nascono sempre più spesso portali e social network per professionisti e aziende, in grado di avvicinare domanda e offerta. C’è nessuno (freelance o azienda) che è riuscito a fare dei lavori grazie ai contatti trovati su questi portali?

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Lavoro sul Web

ottobre 25, 2010 Lascia un commento

Chi di voi ha ricevuto una seria offerta di lavoro tramite internet?

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La filosofia del Web

ottobre 24, 2010 Lascia un commento

Secondo voi il web avvicina le persone oppure è la tv del 21 secolo?

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